Il settecentesco tabernacolo dei cappuccini di Augusta nel museo di Caltagirone

 

La notizia è di quelle che meritano attenzione in quanto ancora una volta la città è stata privata dei suoi beni più preziosi.

La scoperta risale a qualche anno addietro ma l’articolato mosaico di informazioni, tracce e documenti ha permesso solo recentemente di capire il complesso iter che portò una pregevole opera da Augusta al museo che i frati cappuccini hanno allestito a Caltagirone.

Una vicenda rocambolesca iniziata con la chiusura al culto dell’antica chiesa di S. Francesco demolita nel 1933 e il cui ricavato servì come primo fondo per la costruzione della chiesa del S. Cuore nel rione Borgata Stazione. La Curia Arcivescovile aveva disposto che tutti i beni mobili venissero conservati “tenendo presente la Chiesa alla quale saranno destinati per la maggiore economia”. L‘intento era quello di arredare il nuovo tempio della Borgata con quadri, altari e mobili della chiesa alienata, lasciando ai frati cappuccini alcune opere strettamente connesse al loro Ordine.

Senza entrare nel merito del dettagliato inventario, vogliamo soffermarci sul tabernacolo ligneo dell’altare maggiore che, documenti alla mano, era comunque destinato alla nuova chiesa. Con la lettera prot. 3098 datata 16 dicembre 1932 la Curia di Siracusa invitava mons. Eliseo Iroide, arciprete di Augusta, a disporre il necessario per lo sgombero del vecchio edificio avendo cura di attenersi alle disposizioni della Regia Sopraintendenza di Palermo che voleva conservati “come cimeli secenteschi” oltre alle pale d’altare e i quadri minori, anche il mobile della sacrestia e il citato tabernacolo ligneo, “entrambi buoni esempi di arte industriale del sec. XVIII”.

Non sappiamo per quali motivazioni nessuna delle opere designate fu trasferita al S. Cuore. Se le pale d’altare e i quadri minori sono andati perduti, il mobile della sacrestia fu portato nella chiesa del Soccorso, mentre il tabernacolo iniziò una lunga peregrinazione. In un primo tempo fu trasferito nella cappella del Crocifisso della chiesa Madre, quindi fu utilizzato nel luogo di culto provvisorio allestito nel Corso Croce per gli abitanti della Borgata. Successivamente fu trasferito nei conventi di Mineo e Militello per giungere a Caltagirone nella chiesa dell’Odigitria annessa all’ex convento dei frati cappuccini. Oggi il prezioso tabernacolo fa bella mostra nel museo allestito dai frati –  che lo descrivono come opera proveniente dal convento di Mineo –  ma potrebbe essere ulteriormente trasferito nell’erigenda struttura che la Provincia Regionale di Catania intende realizzare per ospitare gli oltre millecinquecento pezzi della collezione cappuccina.

Alla luce delle vicende sopra citate, sarebbe quanto mai opportuno chiedere ufficialmente la restituzione dell’opera, affinché la città torni a custodire un bene che le appartiene. Sarebbe veramente doveroso come comunità locale che iniziassimo a prendere coscienza del patrimonio monumentale che ci appartiene, per offrirlo alla fruizione collettiva,  promuoverlo e valorizzarlo nell’ottica di una seria politica di tutela dei beni culturali, segni concreti della secolare e sofferta storia della città.

 

Giuseppe Carrabino

 

L’articolo è stato pubblicato sul quotidiano LA SICILIA del 18 gennaio 2007 con il titolo "Il tabernacolo ci appartiene. Querelle. Esposto al Museo di Caltagirone, Carrabino ne chiede restituzione" e sul quotidiano la GAZZETTA DEL SUD del 23 gennaio 2007 con il titolo "Augusta, Giuseppe Carrabino vuole riportare in città un bene custodito a Caltagirone: Quel tabernacolo ci appartiene, invito a chiederne la restituzione".

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