“I TRI CAMPANI”

 
 
                               foto gentilmente concessa dall’amico Corrado Di Mauro
 
 
 

Nella toponomastica del territorio notevoli sono i riferimenti a nomi di famiglie del luogo, vicende storiche o leggendarie, al costruito dell’uomo e ai particolari topografici rilevabili sul terreno.

La maggior parte dei toponimi rilevati dalla cartografia ufficiale di Augusta e del suo territorio, è tuttora in uso presso gli abitanti, anche se il forte mutamento dell’attuale società sta dimenticando questo importante patrimonio culturale.

In questa sede si vuole accennare ad un antico toponimo in uso dai nostri padri legato ad una località balneare nei pressi del lungomare Granatello.

Si tratta del toponimo “i tri campani” che identificava una ben definita zona del porto Xifonio da dove è possibile intravedere la cella campanaria della chiesa madre, munita di graziosi balconcini in ferro battuto, nel cui contesto sono alloggiate ben tre bronzi di varia grandezza.

La chiesa madre è il monumento simbolo della città, il luogo che esprime al meglio l’identità civile ed ecclesiale della comunità, e come ogni comunità si identifica nel “suo” campanile, gli augustani – in assenza del campanile o della torre civica, si identificavano in queste tre campane.

 

 

Tre campane che nel tempo hanno richiamato il popolo non solo per momenti di culto, ma anche per vicende politiche o per vicissitudini temporali. La campana centrale, la più grande, fu addirittura il simbolo della rinascita del dopoguerra ed identificativa di una certa aggregazione politica. Quando negli anni Ottanta si rese necessaria la rifusione del vecchio bronzo, alcuni anziani inscenarono una protesta opponendosi al suo trasferimento, memori delle lotte sociali che li videro protagonisti indiscussi. Alla fine il buon senso prevalse e la campana – rifusa – è tornata a scandire i momenti mesti e gioiosi della comunità locale.

Rivive così il mito delle tre campane, tre campane che con i loro rintocchi rinnovano nella quotidianità pagine intense di gioia e sofferenza della secolare storia della città.

 

Giuseppe Carrabino

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