LA RELIQUIA DELLA CALOTTA CRANICA DI S.DOMENICO

Sarà esposta al culto da questa sera la reliquia della calotta cranica di S.Domenico giunta da Roma per i festeggiamenti del Santo Patriarca. Il reliquiario sarà intronizzato nella cappella che da secoli custodisce il venerato simulacro del nostro S.Patrono
Ringrazio il Dott. Maurizio Randazzo – consulente bibliotecario dei padri domenicani di Palermo ed esperto archivista – per aver concesso l’autorizzazione a pubblicare in questo blog la sua ricerca storica relativa alle vicissitudini della reliquia che da questa sera e fino al 24 maggio avremo la possibilità di ospitare nella nostra Augusta.
 
 
 
 
 
 

Il duca di Parma Ferdinando I ovvero del furore d’aver reliquie

di Maurizio Randazzo http://magorizio.splinder.com/

 

Il modernariato oggi è un esempio di riprovevole collezionismo che testimonia come non ci siano limiti alla bizzarria dell’animo umano. E certo non è la società di oggi che può stupirsi della singolare raccolta di Ferdinando I di Borbone (1751-1802), infante di Spagna e duca di Parma dal 1765 al 1802, che è da annoverarsi tra quegli stravaganti personaggi che hanno sofferto e soffrono di una vera e propria mania per l’accumulo di oggetti e cose di varia natura.
Certo il Settecento non fu privo di personaggi estroversi, testimoni di ossessioni che rasentano il feticismo, se è vero come è vero che nel 1757 per il secondo volume dell‘Encyclopedie di Diderot e D’Alembert fu redatta la voce "bibliomane" e si spiega che tale è da definirsi «un uomo posseduto dal furore dei libri». L’estensore della voce, mutuando l’esempio dall’opera Caractères (1687) di Jean de La Bruyère, riporta l’esperienza da questi vissuta  durante una visita ad un bibliomane: «Vado a trovare quest’uomo che mi riceve in una casa sulle scale della quale cado, stordito da un odore di nero marocchino di cui i suoi libri sono tutti ricoperti. Ha un bel daffare a sbraitarmi nelle orecchie per rianimarmi che essi sono dorati sul dorso, ornati da filigrane d’oro e altresì d’ottima edizione, ha un bel daffare a nominarmi le  migliori una dopo l’altra, a dirmi che questo e altri contigui ambienti ne sono zeppi, che sono dipinti apposta, che li si può prender per libri veri disposti su scaffali e che l’occhio lì s’inganna; ha un bel aggiungere che mai li legge, che ivi non mette piede e che mi accompagnerà per riverirmi: io lo ringrazio della sua cortesia, ma non più di lui desidero visitare la sua conceria che definisce biblioteca». Tuttavia se consideriamo che il duca Ferdinando potesse essere mosso da una sincera e viva devozione per i santi, forse potremmo giustificare l’interesse spasmodico per le loro reliquie manifestato durante la sua esistenza.

 Duca di Parma, Ferdinando I

Ferdinando a  Colorno, vicino Parma, attigue alla sua reggia fece erigere una chiesa e un convento per i domenicani. La chiesa fu successivamente riempita di reliquie di santi tanto da divenire una preziosa lipsanoteca dove, tra le tante reliquie, si potevano notare il corpo del beato Giordano da Pisa (c. 1260-1311), della beata Stefana Quinzani (1457-1530), e del beato Pietro Cappucci (1390-1445), una tibia e un’ulna di san Tommaso d’Aquino (1225-1274), una vertebra di san Vincenzo Ferrer (1350-1419), due dita e due denti di san Pietro da Verona († 1252), vari frammenti della santa Croce, una spina della corona di nostro Signore. Questo lipsanomane (mi si passi il neologismo) già nel 1766 aveva ottenuto dal convento di Bologna due mattoni della celletta dove, secondo la tradizione, sarebbe morto san Domenico; da suo cognato il granduca di Toscana Leopoldo I ottenne il dente del santo che era stato donato ob torto collo dal convento bolognese nel 1699 al cardinale Francesco dei Medici per il fratello granduca Cosimo III; aveva anche due pagine del breviario di san Domenico e un pezzo del velo che ricopriva l’immagine acheropita di san Domenico a Soriano Calabro. Ma ancora non pago, nel 1784 Ferdinando fu così pertinace nella richiesta di avere parte del sacro capo di S.Domenico che, non riuscendo ad ottenere l’autorizzazione direttamente dal maestro generale dell’Ordine Balthasar de Quiñones (1777-1798), non esitò, auspice l’arcivescovo di Bologna cardinale Andrea Gioannetti (1722-1800), a rivolgersi direttamente al papa Pio VI che con un breve pontificio del 2 dicembre 1783 ordinò al cardinale Gioannetti di asportare e donare al duca: «aliquam sancti Dominici calvariae particulam, quae […] in dicta ecclesia conventus ordinis praedicatorum Bononien. asservatur […] ita tamen ut calvaria huiusmodi extrinsecus neutiquam deformis appareat». L’operazione fu eseguita la sera del 15 gennaio 1784 alla presenza dell’arcivescovo Gioannetti, di due senatori deputati e di poche altre persone. Il sacerdote don Luigi Dardani, addetto alle reliquie per l’arcidiocesi di Bologna, compie la cesura con una sega all’uopo preparata, separando dal cranio un rettangolo di calotta cranica (fig. a lato) della misura di cm 11,12 x 7,4 comprendente la parte superiore dell’osso frontale e le due parti superiori corrispondenti alle ossa parietali.

 Reliquia della calotta cranica

Quando sul ducato di Parma si abbatté il ciclone napoleonico, la principessa Carlotta, figlia del duca Ferdinando, che nel 1797 aveva vestito l’abito domenicano col nome di suor Giacinta Domenica, fu costretta ad abbandonare Colorno per rifugiarsi a Roma presso il monastero dei SS. Domenico e Sisto. La principessa portò con sé le reliquie di san Domenico che rimasero intatte in quel monastero fino al 1901, quando il maestro generale Andrea Frühwirth (1891-1904) chiese alle suore una delle reliquie di san Domenico in loro possesso per esaudire la richiesta pervenutagli dalla basilica di Santa Clotilde a Reims. Le suore concessero il dente che Leopoldo di Toscana aveva donato al cognato nel 1766. Tuttavia padre Frühwirth fece segare il dente in due parti ed una ne trattenne per sé e oggi si conserva nella curia generalizia dei domenicani presso Santa Sabina a Roma. Dal rettangolo di calotta cranica, principale oggetto della nostra ricerca, tanto agognato dal duca di Parma, nel 1910 ne fu segata una striscia dell’osso frontale delle dimensioni di mm. 12 x 59 in occasione del trasferimento della curia generalizia e del collegio Angelico presso S. Vitale a Roma e per volere del maestro generale Giacinto Cormier (1904-1916). La frammentazione della reliquia continua e nel 1921 in occasione del settimo centenario della morte di san Domenico le suore fecero restaurare il reliquiario che conteneva il pezzo di calotta cranica già mutilato e pensarono di segarne ulteriormente un pezzo che venne spezzettato e distribuito per soddisfare la devozione dei molti richiedenti. Nel 1931 il pezzo di cranio, mutilato due volte, fu trasferito nell’allora nuovo monastero dei SS. Domenico e Sisto sul Monte Mario dove è conservato tuttora.

Bibliografia: A. D’Amato [et al.], Le reliquie di san Domenico. Storia e leggenda, ricerche scientifiche, ricostruzione fisica. Bologna, Tip. L. Parma, 1946

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